lunedì, 02 giugno 2008 Permalink
categoria : risparmio energetico, cibo biologico
cibo biologico, agricoltura biologica
Come consumatori e come amanti della nostra salute, molto spesso, siamo poco accorti. Ci amiamo poco e dimentichiamo cosa ci fa bene e cosa no.
Presi dal ciclico svolgersi delle nostre azioni non capiamo più cosa ci propinano i supermercati e perché. Molto spesso i direttori si nascondo dietro la legge della domanda e dell'offerta che regola il mercato.
 
Ma la tutela della salute non dovrebbe prevaricare ogni cosa e soprattutto la legge che regola i mercati?
Ecco perché il cibo biologico (naturale) dovrebbe essere l'unico cibo presente sulle nostre tavole e gli altri tipo di cibo dovrebbero avere un'etichettatura del tipo “tossico”. Voi comprereste del cibo tossico? Beh, è quello che fate quotidianamente.
 
Il cibo biologico, di stagione, è senza pesticidi e quindi a crescita naturale.
Questo “piccolo” particolare scatena una serie di altri particolari non indifferenti di cui, però, parleremo più avanti.
Il fatto che il cibo sia biologico dovrebbe scatenare altri particolari che talvolta non scatena.
La parola “biologico” dovrebbe essere il presupposto di tutta una serie di atteggiamenti che, oltre ai pesticidi, dovrebbe coinvolgere anche il viaggio compiuto dall'ortaggio e/o dal frutto ed il fatto che questo possa essere consumato nelle stagioni tipiche del suo ciclo biologico durante le quali è quindi più facilmente reperibile.
Questo perché?
Perché consumare ortaggi o frutti al di fuori delle stagioni in cui questi nascono spontaneamente crea una serie di disagi al clima, ai terreni e, last but not least, a noi semplici persone.
I pesticidi, inutile dirlo, hanno un costo, sia economico che sulla nostra pelle. Quest'ultimo emerge nel lungo termine, quindi noi non ne percepiamo il pericolo. Che è certamente il più grave per l'essere umano.
Inoltre, il viaggio che devono compiere prodotti fuori stagione è altamente inquinante quindi il costo qui è triplo o forse quadruplo: portare dei cibi in Italia dalla Colombia (per fare un esempio) vuol dire estrapolarli dal terreno quando sono ancora molto verdi e quindi non si sono approvvigionati di tutte quelle sostanze che sono capaci di offrire terreno, acqua e sole.
Una volta arrivati in Italia acquisiscono il loro colore “naturale” ma la sostanza resta nel paese di origine.
Il prodotto che noi andremo a mangiare avrà quindi compiuto un viaggio di migliaia di km inquinando, con gli aerei, i cieli del mondo (il cherosene è il carburante più inquinante che un mezzo di trasporto possa utilizzare).
I mostri alati infatti libererebbero fino a 16kg di CO2 qualora provenissero dal Sudamerica. Il costo della frutta, a causa del viaggio, è più alto, il suo sapore e il suo livello nutritivo sono molto più bassi e chi ci rimette sono l'ambiente ed il consumatore.
 
Ecco una serie di simpatici dati tratti dal libro “50 piccole cose da fare per salvare il mondo e risparmiare denaro” di Andreas Shlumberger, ed. Apogeo:
  • Da maggio a luglio costa meno di mezzo litro di petrolio portare in tavola un kg di asparagi, a gennaio invece costa 5 litri;
  • In estate oltre metà delle mele provengono da Sud America, Nuova Zelanda o Sudafrica. All'inizio degli anni '50 i prodotti locali rappresentavano ancora più dell'80%;
  • I pomodori di serra consumano 50 volte più energia dei pomodori di campo;
  • Nel 2015 è previsto un aumento dal 50 al 79% del traffico stradale per il trasporto merci rispetto al 1997.
A questo discorso e a questi dati si potrebbe ribattere che il cibo biologico costa troppo, cosa purtroppo vera. La risposta si trova nelle legge della domanda e dell'offerta: se nessuno lo compra se ne produce poco e quindi costa di più.
Mostriamo al mercato la nostra voglia di cibo buono ed il mercato ce lo fornirà ad un prezzo più giusto.

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